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Sbagliare non basta

Quando l'errore diventa parte dell'apprendimento

Un errore non insegna per il solo fatto di essere accaduto. Diventa parte dell'apprendimento quando riusciamo a riconoscerlo, comprenderne le condizioni e trasformarlo in un tentativo diverso.

Due traiettorie, una blu e una arancione, attraversano deviazioni differenti e proseguono insieme nello stesso paesaggio.

L'essere umano possiede la capacità di ricordare, riflettere e rielaborare le proprie esperienze. Per questo un errore può assumere un significato più ampio di un semplice accadimento indesiderato. Può diventare un'informazione su ciò che abbiamo fatto, sulle conseguenze prodotte e sulle condizioni nelle quali abbiamo agito.

Edgar Morin ha messo in luce come ogni forma di conoscenza sia esposta all'errore e all'illusione. In questa prospettiva, educare non significa costruire percorsi nei quali l'errore scompare, ma aiutare a riconoscerne le fonti, mettere in discussione le proprie interpretazioni e rivederle quando l'esperienza le contraddice. L'errore non è quindi un incidente esterno alla conoscenza: è una possibilità che accompagna ogni tentativo di comprendere (Morin, 2001).

Questa Cronaca nasce dalla Connessione tra due prospettive: quella pedagogica di Daniele Bono e quella psicologica di Fabio Pisu. Il confronto non riguarda soltanto lo studio o la capacità di ottenere la risposta corretta. Apprendiamo anche nello sport, nel lavoro, nelle relazioni, nelle scelte e in tutte le situazioni nelle quali proviamo a fare qualcosa che ancora non sappiamo fare. La domanda che ci accompagna è quindi questa: in quali condizioni un errore diventa realmente un'occasione di apprendimento?

Quando un gesto diventa errore

La prospettiva pedagogica di Daniele

Nella mia prospettiva, l'errore è strettamente collegato a una o più aspettative. Può essere valutato rispetto a un obiettivo, una regola, un criterio o una conseguenza. Potremmo definirlo come un'azione, un comportamento o una risposta che non corrisponde a ciò che ci si aspettava, tanto dall'esterno quanto da noi stessi. Di per sé, quindi, un errore non esiste autonomamente: acquista significato in relazione a qualcos'altro.

Pensiamo a un passaggio sbagliato durante una partita di calcio. Il pallone può essere troppo lento, troppo forte o indirizzato male. L'errore, però, non risiede nel gesto isolato, ma nel fatto che quel gesto non è adeguato alla situazione e non permette di raggiungere l'obiettivo. Lo stesso passaggio, con la medesima forza e direzione, potrebbe essere corretto in un altro momento della partita.

Una distinzione proposta dallo psicologo James Reason aiuta ad allargare lo sguardo. Nel campo della sicurezza e delle organizzazioni, Reason distingue tra un approccio centrato sulla persona che sbaglia e un approccio sistemico, rivolto anche alle condizioni che hanno reso possibile l'errore. Trasferita con cautela all'apprendimento, questa distinzione non elimina la responsabilità personale. Ci invita però a non fermarci alla domanda "chi ha sbagliato?" e a chiederci anche che cosa, nella situazione, abbia favorito quell'esito (Reason, 2000).

La penna rossa e gli errori che non guardiamo più

La prospettiva psicologica di Fabio

Quando penso all'errore mi viene in mente la famosa penna rossa degli insegnanti, che può trasformare una verifica in un cimitero di errori da non rivedere mai più. Nel pensiero comune, l'errore è spesso qualcosa che non deve ripetersi. Si segnala che una risposta è sbagliata, ma non sempre si torna a capire che cosa sia successo e quali possibilità si possano aprire da quello scarto.

Quando viene considerato un punto di partenza, l'errore può invece avviare una nuova esplorazione. Apprendere non significa soltanto arrivare alla risposta corretta, ma comprendere perché una determinata strada non ci ha portato dove volevamo. In questa prospettiva, l'errore smette di essere soltanto un peso e può diventare il punto dal quale provare a muoversi diversamente.

Una rassegna di Janet Metcalfe richiama l'importanza di ciò che avviene dopo l'errore. In diversi contesti sperimentali, produrre un errore e ricevere successivamente un riscontro correttivo può favorire l'apprendimento. L'elemento decisivo non è dunque l'errore isolato, ma l'elaborazione resa possibile dal feedback e dalla correzione (Metcalfe, 2017).

Tra sbagliare e imparare

La prospettiva psicologica di Fabio

Un proverbio che conosciamo tutti recita: "Sbagliando si impara". Ma è davvero così? Se la risposta è "sì", abbiamo sbagliato. Se è "no", abbiamo sbagliato comunque. La risposta più corretta è: dipende.

Possiamo commettere lo stesso errore una, dieci o cento volte e continuare a ripeterlo. Perché ne nasca un apprendimento deve accadere qualcosa in più. Immaginiamo di invitare a cena un amico e preparare con orgoglio il nostro dolce preferito: il tiramisù. Quando lo portiamo a tavola, sul suo volto compare una smorfia. Poco dopo scopriamo che lo detesta. Eppure, a quel punto, non abbiamo ancora imparato nulla. È soltanto accaduto qualcosa di diverso da ciò che ci aspettavamo.

Il primo passaggio consiste nell'accorgerci della discrepanza: pensavamo di fare qualcosa di gradito, ma l'effetto è stato diverso. Possiamo allora domandarci che cosa non abbia funzionato. Forse abbiamo dato per scontato che, siccome il tiramisù piace a noi, sarebbe piaciuto anche all'altro. Per capire meglio abbiamo bisogno anche del suo punto di vista: possiamo chiedergli che cosa non gli piaccia e che cosa avrebbe preferito. L'altro introduce informazioni che prima non avevamo e amplia la nostra lettura della situazione.

La volta successiva potremo costruire un'alternativa e verificare se ciò che abbiamo compreso produce un esito diverso. Potremmo anche decidere che il problema è del nostro ospite e preparare di nuovo lo stesso tiramisù, ottenendo la stessa smorfia. L'esperienza è identica, ma l'apprendimento non lo è. Dipende dal modo in cui leggiamo ciò che è accaduto e da ciò che facciamo in seguito.

Riprovare non significa ripetere

La prospettiva pedagogica di Daniele

Il bambino che impara a camminare rende visibile questo passaggio. Attraverso una successione di tentativi, può passare dal gattonamento ai primi passi in posizione eretta, appoggiandosi inizialmente a un sostegno o lasciandosi sorreggere da un adulto.

A permettergli di non ripetere ogni volta lo stesso tentativo contribuisce anche il suo esito. Perdere l'equilibrio e cadere gli restituisce informazioni corporee. Progressivamente modifica la posizione del corpo, il movimento e la ricerca dell'equilibrio, anche senza formulare a parole una riflessione consapevole. Nello stesso tempo osserva le persone più grandi che camminano vicino a lui e con lui.

In questo processo l'adulto svolge più funzioni. Offre un sostegno fisico, aiutando il bambino a mantenere l'equilibrio, e una vicinanza emotiva che gli permette di affrontare con maggiore sicurezza la possibilità di cadere. Può anche diventare uno stimolo esterno: posizionandosi davanti al bambino e invitandolo a raggiungerlo, gli propone una meta verso cui dirigere il tentativo. L'adulto crea condizioni favorevoli, ma è il bambino a compiere il movimento e a sperimentarlo direttamente.

L'errore diventa quindi occasione di apprendimento quando non viene soltanto subito o ripetuto, ma restituisce informazioni capaci di modificare il tentativo successivo. Servono la possibilità di riprovare, un contesto sufficientemente sicuro e, quando necessario, l'accompagnamento di qualcuno che sostenga l'esperienza senza compierla al posto dell'altro.

Le risorse che rendono possibile un'alternativa

La prospettiva psicologica di Fabio

Accorgersi dell'errore e rifletterci non è sempre sufficiente. Per costruire un'alternativa dobbiamo anche disporre delle conoscenze, delle competenze e degli strumenti che la rendano possibile.

Se mi mettessero davanti un libro scritto in arabo, lingua che non conosco, e mi chiedessero di tradurlo in italiano senza utilizzare alcuno strumento, sbaglierei. Potrei accorgermene, interrogarmi sui tentativi e riprovare molte volte. Con ogni probabilità continuerei a sbagliare, non perché non abbia riflettuto abbastanza, ma perché mi manca ciò che consente di agire diversamente: la conoscenza della lingua o l'accesso a risorse come un insegnante, un dizionario, un traduttore o un percorso di apprendimento.

Riconoscere l'errore, in questo caso, può portarmi a capire che insistere nello stesso modo non basta. Ho bisogno di ampliare le risorse a mia disposizione. Anche questa consapevolezza è già parte dell'apprendimento: mi permette di distinguere tra la necessità di fare un altro tentativo e quella di prepararmi per poterlo fare.

Il punto di Connessione

Una sintesi condivisa

Le nostre prospettive convergono su un punto: l'errore non contiene un insegnamento già pronto. Tra lo sbagliare e l'imparare c'è un processo. Occorre riconoscere lo scarto tra l'esito e ciò che ci aspettavamo, interrogare le condizioni nelle quali abbiamo agito, confrontarci quando serve con il punto di vista dell'altro, individuare le risorse che mancano, costruire un'alternativa e avere la possibilità di sperimentarla.

Nell'ambito dell'apprendimento scolastico, Manu Kapur usa l'espressione fallimento produttivo per descrivere situazioni nelle quali un primo tentativo non riuscito prepara la persona a comprendere meglio l'istruzione successiva. Anche in questo caso il fallimento non diventa produttivo da solo: il risultato dipende dal compito, dalle conoscenze che il tentativo riesce ad attivare e dal sostegno che segue l'esperienza (Kapur, 2016).

Questo non significa celebrare ogni errore né ignorarne le conseguenze. Significa creare contesti nei quali sia possibile guardarlo senza ridurre la persona a ciò che ha sbagliato. Dal punto di vista educativo, un contesto sufficientemente protetto non elimina il rischio e non impedisce ogni caduta. Rende però possibile ricevere un riscontro, comprendere ciò che è accaduto e tentare ancora in modo diverso.

Forse, allora, il proverbio avrebbe bisogno di una piccola revisione: "Sbagliando, accorgendoci di aver sbagliato, cercando di capire come, acquisendo ciò che ci manca e provando a fare diversamente, si può imparare". È decisamente meno orecchiabile, ma più preciso. Perché non è l'errore, da solo, a insegnarci qualcosa. È ciò che riusciamo a costruire a partire da quell'errore che può permetterci di imparare.

Riferimenti

Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all'educazione del futuro. Milano: Raffaello Cortina Editore. Scheda dell'editore

Reason, J. (2000). Human error: models and management. BMJ, 320(7237), 768-770. DOI

Metcalfe, J. (2017). Learning from errors. Annual Review of Psychology, 68, 465-489. DOI

Kapur, M. (2016). Examining productive failure, productive success, unproductive failure, and unproductive success in learning. Educational Psychologist, 51(2), 289-299. DOI

Questa storia è connessa a

Ritratto di Fabio Pisu, sorridente, con una camicia bianca.Fabio PisuPsicologo clinico · Psicologo dello sport
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